I lettori più attenti avranno senza dubbio notato le molteplici corrispondenze maiorchine di inizio anno, quando si sono analizzate le due squadre di Palma de Mallorca all’interno del contesto della Segunda B. Non solo analisi però, perché ogni settimana, in qualità di corrispondente di Footbola, sono stato anche sugli spalti e ho avuto modo di conoscere il cuore del tifo mallorquin, balearico in particolare. Perché a Mallorca, nel capoluogo precisamente, non esiste solo il R.C.D. Mallorca, ma anche l’Atletico Baleares. Una realtà popolare, meno vincente eppure ricca di storia allo stesso modo dei cugini più borghesi. Nei diversi mesi passati in curva al Son Malferit, l’attuale stadio casalingo dell’ATB, sono stato accolto come fossi un amico di lunga data e grazie a Joan, uno dei leader dei Fanatiks, è stato possibile vivere e capire le dinamiche ultras spagnole, maiorchine in particolare. Joan si è inoltre reso disponibile per la seguente intervista, che ha l’ambizione, nemmeno troppo velata, di capire cos’è il tifo da quelle parti, di far conoscere la realtà balearica e di parlare della repressione attuata dallo stato spagnolo nei confronti delle frange più estreme del tifo.

L’incontro si è svolto in un bar di Alarò, un paese incastonato ai piedi della Sierra de Tramuntana e che conta circa 5.000 anime. Il villaggio è una delle ultime espressioni della maiorchinità verace, lontana dagli sfarzi e dagli eccessi della costa, monopolizzata dai ricconi di turno. Se vogliamo, un po’ simbolo anche di quello che rappresenta l’Atletico Baleares per i suoi tifosi. Un baluardo contro l’arroganza dei potenti, un punto fermo di un calcio dove spesso le realtà locali sono affossate dal poco interesse, proiettato esclusivamente sul più forte, su chi ha più possibilità di vincere. Per completezza d’informazione, l’intervista è stata fatta verso gli ultimi giorni del 2017. Eppure niente sembra datato, perché le opinioni sulla situazione odierna degli ultras sono ancora valide, infatti, legislativamente parlando nulla è cambiato, mentre le osservazioni sulla gestione della società e sul campionato in corso sono più attuali che mai.

 

Il settore dei Fanatiks fino alla stagione 16/17, prima dei lavori che hanno inserito una curva dietro la porta lato Sud, con conseguente spostamento in massa del gruppo dalla tribuna.

 

  • Chi sono i Fanatiks?
  • La maggior parte di noi viene da Revolta Blanc i Blava (Rivolta bianco blu, dal maiorchino), il gruppo antecedente i Fanatiks. Prima però era politica dura e pura, finché la repressione ne ha ridotto sempre di più le fila fino allo scioglimento. La squadra però necessitava di un supporto organizzato e dalle ceneri di Revolta sono nati i Fanatiks. Gli ideali sono quelli antifascisti e antirazzisti, ma la politica stavolta non è ammessa. Il primo anno del nuovo gruppo fra l’altro combacia con un evento storico per il club, ovvero lo spostamento momentaneo dell’Atletico Baleares a Magaluf, un paesino a poco meno di 20 km da Palma. Lo spostamento ci fu per la chiusura dell’Estadio Balear (del quale se ne parlerà più avanti), in attesa di capire in quale impianto del capoluogo si poteva giocare. In questa stagione dunque i Fanatiks festeggiano il loro 5° anniversario.

 

 

  • Cosa significa tifare l’Atletico Baleares?

(Senza pensarci mi dice: “el verano es muy largo”. L’estate è troppo lunga, prima di trattenere un sorriso e bersi un sorso di tè. Questo incipit alla sua risposta, più della risposta stessa, fa capire quanto l’appartenenza sia un concetto 24/7 e non solo nei 90′.)

  • È un orgoglio. Si rappresenta la classe operaia di Palma e siamo tutti una grande famiglia. Sono passati 11 anni dalla mia prima volta allo stadio per l’Atletico Baleares, ma già dalla partita seguente erano uno in più. Per noi Fanatiks inoltre è anche uno stile di vita e questo comporta diversi sacrifici, come è normale che sia. 

 

 

  • Solitamente fuori, quando si pensa all’isola, il primo pensiero calcistico è rivolto al R.C.D. Mallorca. Anche qui è così? Qual è il percorso di un maiorchino che poi tifa per l’Atletico Baleares?
  • La verità è che tutti siamo passati per la fase Mallorca; la mia generazione in particolare, perché era in Liga, in Europa, vinse una Copa del Rey nel 2002-2003 e in generale si potevano vedere delle partite uniche per la storia calcistica dell’isola. Per quanto mi riguarda la scelta decisiva avvenne intorno ai 16 anni, soprattutto per gli ideali che si riflettevano molto di più nella curva dell’Atletico Baleares. Inoltre ero molto affascinato dalla storia del club, fondato da due squadre di lavoratori, mentre il Mallorca ha origini più nobili. Ancora oggi c’è questa differenza, meno marcata rispetto al passato, anche se evidente negli aiuti, economici e non, ricevuti dalla politica locale e nazionale. È un po’ il Real Madrid dell’isola ecco. L’ATB, ad esempio, non ha mai ricevuto soldi per nessuno stadio; il Mallorca, da contro, ora gioca al Son Moix, creato per le Universiadi eppure modificato a piacere come fosse di proprietà, mentre il comune sta collaborando alla vendita dell’ex impianto, il Lluís Sitjar.

 

 

  • Il presente però ha azzerato questa differenza di categoria, con il Mallorca che milita nella vostra stessa serie. Cosa diresti oggi a un ragazzo che conosce entrambe le realtà di Palma?
  • La risposta è molto semplice: all’Atletico Baleares siamo una grande famiglia, tutti per il gruppo. La prova viene anche dalle amicizie strette con le varie tifoserie che si sono presentate a Mallorca. Abbiamo stretto amicizia con alcune realtà di Amburgo e Cardiff, e anche loro, una volta conosciuto l’ambiente, si sono sentiti come a casa tornando spesso e volentieri. Addirittura da qualche stagione è presente anche uno striscione di alcuni esponenti del Cardiff City Football Club. Insomma, chi sceglie l’Atletico Baleares lo fa per la passione… e perché non gli piacciono le cose semplici!

 

 

  • Detto che il Mallorca è il primo rivale, e che ci sono diversi rapporti amichevoli con tifoserie estere, esistono altre rivalità o amicizie fra i Fanatiks e altri gruppi?
  • Il Mallorca è più di un rivale: è il nemico di tutta l’isola, che infatti è nettamente divisa fra chi lo sostiene e chi proprio non lo può sopportare. Storicamente, ad esempio, Inca era molto anti-maiorchina e fino alla fine degli anni ’60 c’era sempre molta violenza fra il Constancia (la squadra di Inca appunto) e il R.C.D.; c’è questo aneddoto particolare che riguarda proprio quelle partite: nelle ore antecedenti ai match, per la città girava un furgoncino con un megafono e avvertiva del trattamento ostile che si sarebbe riservato ai tifosi del Mallorca. Una cosa impensabile anche solo da ricordare vista la repressione di oggi. La rivalità inoltre era nata anche perché il Constancia era la squadra orgoglio della parte centrale dell’isola e spesso la posta in palio con il Mallorca era alta, visto che loro erano la seconda forza all’epoca. Il momento di massima tensione ci fu 40-50 anni fa, non ricordo bene il campionato. La squadra di Inca poteva salire in Primera Division (l’attuale Liga), ma la leggenda sportiva dice che il Mallorca, coinvolto direttamente nella battaglia promozione, pagò gli avversari del Constancia per motivarli a batterli. Cosa che puntualmente avvenne. Il Mallorca scavalcò la squadra del centro isola e andò a conquistare la prima promozione in Liga per una squadra delle Baleari. Per quanto riguarda le amicizie, una su tutte è il rapporto con i Commandos Verde del Toledo, conosciuti durante i playoff dello scorso anno e che condividono i nostri stessi ideali.  Nell’isola invece i rapporti, ora, sono buoni anche con il Constancia, sempre per le stesse ragioni.

 

 

  • Questi ideali hanno avuto un impatto sul resto della tifoseria o sul club?
  • Rispetto a Revolta Blanc i Blava decisamente no, oggi c’è molta più moderazione. Tutti possono venire in curva, conoscono però il nostro pensiero e sanno che alcuni atteggiamenti non sono ammessi. Che poi chiediamo soltanto di essere antifascisti e contro qualsiasi discriminazione. Evitiamo assolutamente la violenza, tanto molto spesso basta la nostra ideologia per essere repressi. Il gruppo di prima, ad esempio, era sui giornali più dei risultati sportivi dell’Atletico Baleares; con i Fanatiks però abbiamo deciso di intraprendere questo nuovo percorso, perché la squadra viene prima di tutto.

 

 

  • Parliamo un po’ di come è nato il panorama ultras maiorchino e della situazione invece del movimento in Spagna.
  • Essendo un’isola abbastanza distante il movimento ultras è arrivato tardi, diciamo all’inizio degli anni ’90. In principio fu il Mallorca, perché in categorie superiori e a contatto con diverse realtà più blasonate e organizzate, presenti anche dagli anni ’80. Il problema principale qui è poi sempre legato al fatto di essere un’isola non tanto grande. Infatti ci si conosce tutti, non solo fra i diversi gruppi, ma anche con la polizia. Questo comporta due cose: che se vuoi, sai dove cercare lo scontro, però se poi la polizia reprime, anche lei sa dove cercare. In Spagna le curve sono tanto politicizzate e tolto qualche gruppo la maggioranza è dichiaratamente schierata. Anche questo ha avuto un duplice effetto, quello di svuotare lentamente il settore, ma nello stesso tempo compattarlo a livello di sostegno.

 

 

  • Come funziona la repressione in Spagna? Quali sono le leggi, i provvedimenti e l’attività della polizia?
  • Tutto è regolato dalla ley del deporte che nasce circa 15 anni fa e che con il passare del tempo si sta facendo sempre più restrittiva; è stata fatta per frenare la violenza negli stadi sull’onda di provvedimenti simili a livello europeo, sostiene inoltre esplicitamente che se un poliziotto interpreta qualcosa, qualsiasi cosa, come violenza c’è poco da fare, quell’atto verrà catalogato come violenza. A noi Fanatiks ad esempio, anni fa, contestarono una delle bandiere costituzionali, forse quella più rumorosa però: l’Ikurrina. La polizia arrivò e ci disse che se non l’avessimo tolta ci avrebbe multati di 3.000 euro, perché con quel vessillo potevamo incitare alla violenza. La multa solitamente è individuale, ma se il comportamento è reiterato allora nella sanzione viene coinvolto anche il club. Alla multa spesso è accompagnata anche una sospensione dallo stadio. Se preso a fumare una canna ti fai sei mesi fuori, se invece sei coinvolto in scontri la sospensione arriva a due anni. Quello che succede però è che i violenti, ovviamente, non possono entrare e la violenza che sempre è stata fuori resta fuori. Per questo la critica maggiore che gli muoviamo è quella di essere una ley recaudatoria (traducibile come legge fiscale), che punta cioè soltanto a cercare i soldi e non risolvere il problema. E spesso reprime i movimenti di sinistra, quelli più antisistema, perché nei gruppi di destra c’è sempre una forte presenza militare o di polizia, in uno stato, quello spagnolo, solo apparentemente democratico.

 

 

  • Torniamo però all’Atletico Baleares visto che la stagione era iniziata con tutt’altre aspettative, quali sono per te i problema della squadra?
  • La grande differenza con la passata stagione è la perdità d’identità della squadra, c’erano infatti diversi giocatori, anche maiorchini, che sentivano i colori. Il capitano avrebbe fatto l’undicesima stagione, non consecutiva ma poco importa, all’Atletico Baleares mentre altri giocatori, uno su tutti Vich, erano di qui, di Palma, e facevano parte della nostra famiglia da quasi 5 anni e sono stati lasciati andare via. Gente che quando giocava dava il 101% e che se non era convocata andava in curva. Si vede insomma l’assenza di giocatori che sentono la maglia. Un altro problema è l’allenatore, proveniente dalla cantera dell’Atletico Madrid ed esperto soltanto di calcio giovanile. Ma quando si cambia tanto l’allenatore deve conoscere la categoria o quantomeno l’ambiente. Lo spogliatoio inoltre sembrava spaccato fra i giocatori di lunga data al club e dai fedelissimi del nuovo tecnico, provenienti anche loro dalla cantera dei colchoneros. I sintomi erano le evidenti panchine misteriose dei giocatori più talentuosi come Xisco o Aulestia, portiere con oltre 300 presenze i Segunda B e fra i migliori a livello tecnico. La sola presenza di Aulestia inoltre dava sicurezza al reparto difensivo, con lui infatti è come avere un secondo allenatore in campo che dispone gli uomini e chiama le marcature.

(Update di febbraio 2018: Juan Vich torna all’Atletico Baleares, ma solo in veste di segretario tecnico, pur continuando la stagione con i colori del Constancia. Questo a testimoniare i nuovi buoni rapporti fra tifosi e dirigenze delle due squadre di Mallorca.)

 

Chiosa finale sullo stadio che sarà, ovvero il ritorno all’Estadio Balear, nel quale il proprietario Ingo Volckmann ha versato di tasca sua circa 3 milioni di euro per il rifacimento del manto e delle tribune. Una cifra notevole per la Segunda B. A Joan chiedo se è contento di tornare a “casa” finalmente, considerato che l’intero impianto è di proprietà dell’Atletico Baleares ma versava in condizioni pietose. La risposta è un si convinto, ma per la prossima stagione. Sarebbe controproducente per lui, e a ragione, cambiare terreno di gioco nel finale di una stagione così delicata. Son Malferit è infatti un campo piccolo e sintetico, viceversa l’Estadio Balear è grande e con erba naturale.

L’Atletico Baleares infatti aveva iniziato la stagione con tutt’altre pretese, ovvero quelle di competere con il grande rivale cittadino (“il primo nemico”). Oggi però la classifica piange e l’allenatore nel frattempo è cambiato tre volte, questo a proposito di quanto si diceva all’inizio circa la validità di quello che Joan ci ha raccontato. L’ATB è penultimo, anche se sono solo 4 i punti che li separano dai playout e sei dalla salvezza, ma la rosa ha le qualità per farcela nonostante i diversi cambi nel mercato invernale. Dopo tutti questi mesi a loro fianco però sono sicuro di una cosa: chi sicuramente non retrocederà mai sono i Fanatiks.